UN PROLOGO
14 Gennaio
ore 02:14
New York City
Notte profonda e fredda
Notte gelida di vento maligno e implacabile che frena il dinoccolato avanzare di giovane donna
Gambe magrissime
lunghe e bianche, come la neve
Vestito corto e nero, come la notte
Il vento la fa tremare e le sconvolge i capelli
Capelli mossi e rossi, come la luna
Avanza con passi goffi tra gli alti palazzi di vetro tenendo stretta la piccola borsa e
un cappottino corto che ormai sembra una vela.
Si guarda intorno, spesso
con agitazione.
Sguardo di giovane donna sola
immersa nel buio dello stomaco della città vorace.
Lampioni inutili e sporchi e qualche insegna
che scoppia e trema, e con fortune alterne vive, o muore.
Volta un angolo cieco che da su una via secondaria
Stretta gelida buia e muta via secondaria
Si volta e si torce e sul busto rotando da ogni lato scruta
Si appoggia quasi sfinita a una porta di ferro
ruggine vecchia
e porta di ferro.
Tira il fiato, una volta soltanto
bussa, due volte
e dopo aver tirato il fiato
bussa ancora.
La porta si apre e scoperchia l’inferno
calore di luci al neon e rombo di musica folle
voci di uomini perse nell’ossessivo vigore della danza.
La ragazza mostra un foglio ed entra
Il foglio brucia e la porta di ferro vecchio chiude l’inverno fuori.
Fuori resta l’orgoglio del vento
violento passaggio d’ira e turbine
concerto fatto di urla e fughe.
Dentro frenesia di festa metropolitana
vortice di carne scaldata alle luci psichedeliche e brasata nell’alcool
discorsi di nulla fatti per sordi nell’esplosione della musica dance
anime perse in un moto perpetuo senza scopo che un poco ansimano per l’eccitazione
e un po’ per il caldo.
La ragazza di prima si è liberata del cappotto e si scioglie in una danza tribale nella ridondanza dei bassi eccessivi e violenti.
Balla con sinuosità ferina e restituisce una rabbia quasi animale
suda
e beve, vodka.
Nella calca un uomo si avvicina
le fa scorrere una mano sulle spalle scoperte
lei si volta.
Le dice qualcosa fatto più di gesti che di suoni
lei annuisce e barcolla, svicola,
tentando nella calca di recuperare, il bordo della pista.
Si appoggia un istante a una balaustra di ferro che divide i tavoli dal mare di carne
prende fiato, mentre un goccia di sudore le scende dal collo
giù, per il cavo della schiena scoperta.
Barcolla vistosamente
fatica a mettere a fuoco cose e persone
e intanto brucia di febbre e di alcool.
Riesce a guadagnare un tavolo
si lascia andare sulla sedia e respira, a fatica.
Si gira un poco
quel tanto che basta per poggiare la nuca bollente sull’acciaio gelido della balaustra.
Respira sempre peggio
con ritmo tronco, quasi asmatico
i suoi occhi non vedono ormai che ombre
e tutto quello che riesce a sentire, è il martellare violento della dance
che le sfonda le orecchie
e il cranio.
Il cuore è ormai un motore impazzito
lacrime isteriche, senza singhiozzi le rigano le guance
quando un lungo e appassionato bacio
le ruba dalle labbra l’ultimo respiro strozzato